Alfred De Musset, La confessione del figlio di un secolo, capitolo II° Durante la guerra dell'Impero, mentre i mariti ed i fratelli erano in Germania, le inquiete madri avevano messo al mondo una generazione ardente, pallida e nervosa. Concepiti tra due battaglie, allevati nei collegi al rullo dei tamburi, migliaia di fanciulli si guardavano tra loro con l'occhio cupo, provando i loro deboli muscoli. Ogni tanto i loro padri insanguinati apparivano, li sollevavano sui loro petti carichi d'oro, poi li posavano a terra e rimontavano a cavallo. Un solo uomo allora viveva in Europa; il resto degli esseri cercava di riempirsi i polmoni con l'aria che egli aveva respirata. Ogni anno, la Francia donava a quest'uomo tre­cento mila giovani; era l'imposta pagata a Cesare e, s'egli non avesse avuto questo gregge dietro di sé, non avrebbe potuto seguire la sua fortuna. Era la scorta che gli era necessaria perché potesse traversare il mondo e andare a cadere nella piccola valle di un'isola deserta, sotto un salice piangente. Mai vi furono tante notti senza sonno come ai tempi di quest'uomo; mai si vide sporgersi dai bastioni delle città un tal popolo di madri desolate; mai vi fu un tale silenzio intorno a coloro che parlavano di morte. E tuttavia mai vi furono in tutti i cuori tanta gioia, tanta vita, tante fanfare guerresche. Mai vi furono soli cosi puri come quelli che asciugarono tutto questo sangue. Si diceva che Dio li facesse per quest'uomo e li si chiamava i suoi soli di Austerlitz. Ma in realtà li faceva lui stesso con i suoi cannoni sempre tuonanti, che non lasciavano nuvole che all'indomani delle sue battaglie. Era l'aria di questo cielo senza macchia, in cui brillava tanta gloria e in cui risplendeva tanto acciaio, che i fanciulli respiravano in quei tempi. Essi ben sapevano di essere destinati alle ecatombi; ma credevano Murat invulnerabile e si era visto l'Imperatore passare su un ponte ove fischiavano tanti proiettili, che non si sapeva piu se egli potesse morire. E, del resto, anche se si fosse dovuto morire? La morte stessa era allora così bella, così grande, così magnifica nella sua porpora fumante! Somigliava talmente alla speranza, falciava così verdi spighe, ch'era quasi divenuta giovane essa stessa, e nessuno credeva più alla vecchiaia. Scudi eran tutte le culle di Francia e scudi eran tutte le ba­re; non v'erano, in verita, più vecchi: non v'erano più che cadaveri, o semidei. Tuttavia l'immortale Imperatore era un giorno su di una collina a guardare sette popoli sgozzarsi e, mentre non sapeva ancora se sarebbe stato il padrone del mondo o solo di una metà di esso, Azrael passò sulla strada, lo sfiorò con l'estremità di un'ala e lo gettò nell'Oceano. Al fragore della sua caduta le potenze moribonde si raddrizzarono sui loro letti di dolore e, avanzando le loro zampe adunche, tutti i ragni regali tagliuzzarono l'Europa e della porpora di Cesare si fecero un abito d'Arlecchino. Come il viaggiatore, mentre è sulla strada, corre notte e giorno sotto la pioggia e sotto il sole, senza accorgersi di veglie né di pericoli, ma, una volta arrivato in seno alla sua famiglia e sedutosi innanzi al fuoco, prova una stanchezza senza limiti e può appena trascinarsi fino al suo letto, così la Francia, vedova di Cesare, risentì di un colpo la sua ferita. Essa si sentì allora mancare e si addormentò di un sonno così profondo che i suoi vecchi re, credendola morta, l'avvolsero in un bianco lenzuolo. La vecchia armata coi capelli grigi rientrò sfinita di stanchezza e i focolari dei castelli deserti si riaccesero tristemente. Allora questi uomini dell'Impero, che avevano tanto corso e tanto ucciso, abbracciarono le loro mogli smagrite e parlarono dei loro primi amori. Si guardarono nelle fontane delle loro praterie natali e vi si videro così vecchi che si ricordarono dei loro figli, affinché questi potessero chiuder loro gli occhi. Chiesero ove essi fossero. I fanciulli uscirono dai collegi, e, non vedendo più né sciabole, né corazze, né fanti, né cavalieri, chiesero a loro volta ove fos­sero i loro padri. Fu loro risposto che la guerra era finita. che Cesare era morto e che i ritratti di Wellington e di Bluecher erano sospesi nelle anticamere dei consolati e delle ambasciate, con sotto queste due parole: Salvatoribus mundi. Allora, s'assise su di un mondo in rovina una giovinezza pensosa. Tutti questi fanciulli erano gocce di sangue ardente che aveva inondato la terra; eran nati in seno alia guerra, per la guerra. Avevan sognato durante quindici anni le nevi di Mosca e il sole delle Piramidi. Non eran mai usciti dalle loro città, ma era stato detto loro che, da ogni porta di quelle città, si andava a una capitale d'Europa. Avevan nella testa tutto un mondo; e se osservavan la terra, il cielo, le vie e le strade, tutto ciò era ora vuoto e le campane delle loro parrocchie risuonavano sole in lontananza. Pallidi fantasmi, coperti di vesti nere, traversavano lentamente le campagne; altri picchiavano alle porte delle ca­se, e, quando era stato loro aperto, traevano dalle loro tasche grandi pergamene consunte, con le quali cacciavan fuori gli abitanti. Da ogni lato giungevano uomini ancora tremanti per la paura che, vent'anni prima, li aveva colpiti alla loro partenza. Tutti reclamavano, disputavano, gridavano; era sorprendente che una sola morte avesse potuto chiamare tanti corvi. Il Re di Francia era di nuovo sul suo trono, e osservava qua e là per vedere se non vi fosse ancora qualche ape sulle sue tappezzerie. Alcuni gli tendevano il cappello, ed egli dava loro denaro; altri gli mostravano un crocefisso, ed egli lo baciava; altri si contentavano di gridargli nelle orecchie grandi nomi altisonanti, ed egli rispondeva loro d'andare nel suo salone in cui gli echi erano più sonori; altri ancora gli mostravano i loro vecchi mantelli, dopo avervi attentamente fatto scomparire le api, e a costoro egli donava un abito nuovo. I fanciulli osservavano tutto ciò e pensavano sempre che l'ombra di Cesare sarebbe un giorno o l'altro sbarcata a Cannes e avrebbe soffiato via tutte queste larve; ma invece continuava il silenzio e nel cielo non si vedeva sventolare che il pallore dei gigli. Quando i fanciulli parlavano di gloria, si diceva loro: "Fatevi preti"; quando parlavano di ambizione: "Fatevi preti"; quando parlavano di speranza, d'amore, di forza, di vita: "Fatevi preti". Tuttavia salì un giorno alia tribuna un uomo che teneva in mano un contratto tra il Re e il popolo: cominciò a dire che la gloria è bella cosa e l'ambizione della guerra pure; ma che vi era una cosa ancora più bella, che si chiamava la libertà. I fanciulli rialzarono il capo e si sovvennero dei loro nonni, che ne avevano anch'essi parlato. Si ricordarono allora di avere incontrato, negli angoli oscuri della casa paterna, misteriosi busti con lunghi capelli di marmo, e, sulla base, una iscrizione romana; si ricordarono allora di aver visto la sera, alla veglia, i loro avi scuoter la testa e parlare di un fiume di sangue più terribile ancora che non quello dell'Imperatore. Vi era per essi, nella parola libertà, qualche cosa che faceva loro battere il cuore come un lontano e terribile ricordo e, insieme, come una cara speranza, più lontana ancora. Trasalirono udendolo. Ma, rientrando a casa, videro tre panieri che venivan portati a Clamart: eran tre giovani che avevano pronunziato la parola libertà a voce troppo alta. Uno strano sorriso passò sulle loro labbra a questa triste vista. Ma altri oratori, salendo alla tribuna, cominciarono a calcolare pubblicamente ciò che costava l'ambizione e a dire che la gloria era assai cara; fecero vedere l'orrore della guerra e chiamaron macelli le ecatombi. E tanto e così lungamente essi parlarono, che tutte le illusioni umane, co­me da alberi in autunno, cadevano foglia a foglia intorno a loro e che coloro che li ascoltavano passavano la mano sulla fronte, come febbricitanti che si risvegliano. Gli uni dicevano: "Ciò che ha causato la caduta dell'Imperatore è che il popolo non ne voleva più sapere"; gli al­tri affermavano: "II popolo voleva il Re; no, la libertà; no, la ragione; no, la religione; no, la costituzione inglese; no, l'assolutismo"; un ultimo aggiunse: "No, niente di tutto ciò, ma il riposo". Tre elementi componevan dunque la vita che si offriva allora ai giovani: dietro di essi un passato per sempre distrutto, che si agitava ancora su le sue rovine, con tutti i fossili dei secoli dell'assolutismo; davanti ad essi l'aurora di un immenso orizzonte, i primi chiarori dell'avvenire tra questi due mondi... qualche cosa di simile all'Oceano che separa il vecchio continente dalla giovane America, un non so che di vago e di ondeggiante, un mare agitato e pieno di naufragi, traversato di tempo in tempo da qualche bianca vela lontana o da qualche nave fumante di pesante vapore; il secolo presente, in una parola, che separa il passato dall'avvenire, che non è ne l'uno ne l'altro e che assomiglia a tutti e due insieme, e nel quale non si sa, ad ogni passo che si muove, se si cammina su un seme o su un rottame. Ecco in quale caos si dovette allora scegliere; ecco quel che si presentava a fanciulli pieni di forza e d'audacia, che erano i figli dell'Impero e i nipoti della Rivoluzione. Ora, del passato essi non volevano più sapere poiché non si puo avere fede nel nulla; l'avvenire, sì, essi lo amavano, ma come Pigmalione amava Galatea: era per essi come un'amante di marmo e attendevano ch'ella si animasse e che il sangue colorasse le sue vene. Restava dunque per loro il presente, lo spirito del se­colo, angelo del crepuscolo che non è né la notte né il giorno. Essi lo trovarono assiso su di un sacco di calce pieno d'ossa, avvolto nel mantello degli egoisti, tremante di un freddo terribile. L'angoscia della morte entrò loro nell'anima alla vista di questo spettro metà mummia e metà aborto. Si avvicinarono ad esso come il viaggiatore a cui si mostra a Strasburgo la figlia di un vecchio conte di Sarvenden, imbalsamata nel suo vestito da fidanzata: quello scheletro infantile fa fremere, poiché le sue mani gracili e livide portano l'anello delle spose e la sua testa cade in polvere in mezzo ai fiori d'arancio. Come, all'avvicinarsi di una tempesta, passa sulle foreste un vento terribile che fa fremere tutti gli alberi e al quale succede un profondo silenzio, così Napoleone aveva tutto scosso passando sul mondo. I Re avevano sentito vacillare le loro corone, e, portando le mani alla testa, non vi avevano trovato che i loro capelli irti dal terrore. II Papa aveva fatto trecento leghe per benedirlo in nome di Dio e porgli sul capo il suo diadema; ma Napoleone glielo aveva tolto dalle mani. Tutto aveva tremato così nella lugubre foresta della vecchia Europa; poi era venuto il silenzio. Si dice che, quando s'incontra un cane infuriato, se si ha il coraggio di camminare tranquillamente, senza voltarsi ed in modo regolare, il cane si contenta di seguirvi durante un certo tempo, ringhiando tra i denti, mentre invece, se ci si lascia sfuggire un gesto di terrore, se si fa un passo troppo presto, esso si getta su voi e vi divora; poiché, una volta dato il primo morso, non v'è più modo di salvarsene. Ora, nella storia dell'Europa era spesso avvenuto che un sovrano avesse fatto questo gesto di terrore e che il suo popolo l'avesse divorato; ma, per uno che l'aveva fatto, non tutti l'avevano fatto con lui, e pertanto, se un Re era scomparso, non era scomparsa la maestà regale. Davanti a Napoleone, invece, questo gesto che perde tutto, la maestà regale l'aveva fatto: e non essa soltanto, ma anche la religione, anche la nobiltà, ogni potenza divina ed umana. Morto Napoleone, le potenze divine ed umane erano ristabilite di fatto, ma la fede in esse non esisteva più. Vi è un terribile pericolo nel sapere ciò che è possibile, poiché lo spirito va sempre più lontano. Altra cosa è dirsi: "Ciò potrebbe essere", o dirsi: "Ciò è stato"; è il primo morso del cane. Napoleone despota fu l'ultimo bagliore della lampada del dispotismo: distrusse e parodiò i Re, come Voltaire aveva distrutto e parodiato i libri santi. E dopo di lui si udì un gran fragore: era la pietra di Sant'Elena che cadeva su l'antico mondo. Comparve subito nel cielo l'astro gelido della ragione, e i suoi raggi, simili a quelli della fredda dea delle notti, con la loro luce senza calore avvolsero il mondo in un livido sudario . Si era visto fino allora gente che odiava i nobili, che declamava contro i preti, che cospirava contro i Re; si era, fino allora, assai gridato contro gli abusi e i privilegi; ma fu una grande novità vedere il popolo sorridere di tutto. Se passava un nobile o un prete o un sovrano i contadini che avevano fatto la guerra cominciavano a scuotere la testa: "Ah! quello lì l'abbiamo visto a suo tempo e luogo; aveva un'altra faccia". E quando si parlava del trono e dell'altare, essi rispondevano: "Non sono che quattro assi di legno: noi le abbiamo inchiodate e schiodate". E quando si diceva loro: "Popolo, tu ti sei ricreduto sugli errori che ti avevan sviato e hai richiamato i tuoi Re e i tuoi preti", essi rispondevano: "Non siamo stati noi, son stati quei chiacchieroni là...". E quando si diceva loro: "Popolo, dimentica il passato, lavora e ubbidisci", essi si raddrizzavano sulle loro sedie e si udiva un sordo rumore: era una sciabola arrugginita, che si era smossa in un angolo della capanna. Allora si aggiungeva subito: "Resta almeno in riposo, non cercare di nuocere se non si cerca di nuocere". Ahime! Essi si accontentavano... Ma chi non si accontentava era la giovinezza. E certo che vi sono nell'uomo due potenze occulte che combattono fino alla morte: una, chiaroveggente e fredda, s'attacca alla realtà, la calcola, la pesa e giudica il passato; l'altra ha sete dell'avvenire e si slancia verso l'ignoto. Quando la passione trascina l'uomo, la ragione lo segue piangendo e avvertendolo del pericolo; ma appena l'uomo s'è arreso alla voce della ragione, appena egli si è detto: "E' vero, son pazzo, dove stavo andando?", la passio­ne gli grida: "E io, allora, devo dunque morire?". Un sentimento di malessere inesprimibile cominciò così a fermentare in tutti i giovani cuori. Condannati al riposo dai sovrani del mondo, abbandonati ai pedanti d'ogni genere, all'ozio e alla noia, i giovani vedevan ritirarsi da loro le onde spumeggianti contro le quali avevano preparato le loro braccia. Tutti questi gladiatori spalmati d'olio sentivano in fondo al loro animo una miseria insopportabile. I più ricchi divennero libertini; coloro che disponevano di una fortuna mediocre cercarono di farsi una situazione rassegnandosi sia alla toga sia alla spada; i più poveri si gettarono nell'entusiasmo a freddo, nelle grandi parole, nell'orribile mare dell'attività senza scopo. E poiché la debolezza umana cerca l'associazione e gli uomini son gregge per natura, la politica si mise in mezzo. Si andava a battersi con le guardie del corpo sui gradini della Camera legislativa, si correva a una tragedia in cui Talma portava una parrucca che lo faceva assomigliare a Cesare, ci si precipitava ai funerali d'un deputato liberale. Ma tra i membri dei due opposti partiti, non ve n'era uno che, rientrando a casa la sera, non sentisse amaramente il vuoto della sua esistenza e la povertà delle sue mani. Mentre la vita esterna era così pallida e meschina, la vita interna della societa prendeva un aspetto cupo e silenzioso. L'ipocrisia più severa regnava nei costumi e, tra la devozione e le dilaganti idee inglesi, anche la gaiezza era scomparsa. Era forse la Provvidenza che già preparava le sue nuove vie o era forse l'angelo precursore delle società future che già seminava nei cuori delle donne i germi di quella indipendenza umana che un giorno avrebbero reclamato. Ma è certo che d'un colpo, cosa inaudita, in tutti i salotti di Parigi gli uomini passarono da un lato e le donne dall'altro: e così, vestite quelle di bianco come tante fidanzate, vestiti questi di nero come tanti orfanelli, cominciarono a misurarsi con gli occhi. E non ci s'inganni: questo vestito nero che portano gli uomini del nostro tempo è un simbolo terribile: per giungere ad esso le armature son dovute cadere pezzo per pezzo e i merletti ricamo per ricamo. E' stata la ragione umana a rovesciare tutte le illusion!, ma porta il lutto in se stessa per farsi consolare. Anche i costumi degli studenti e degli artisti, quei costumi così liberi, così belli, così pieni di giovinezza, risentirono del cambiamento universale. Gli uomini, separandosi dalle donne, avevano mormorato una parola che ferisce a morte: il disprezzo. Si erano dati al vino e alle cortigiane; e anche gli studenti e gli artisti si diedero all'uno e alle altre. L'amore era trattato come la gloria e co­me la religione: un'antica illusione. Si andava, dunque, nei luoghi di perdizione; e la grisette, questa categoria di donne così sognanti, così romantiche e capaci d'un amore così tenero e così dolce, si vide abbandonata dietro i banconi dei negozi. La grisette era povera e nessuno la amava piu; voleva avere vestiti e cappelli e si vendette. Quale miseria! II giovane che avrebbe dovuto amarla e che ella stessa avrebbe amato; quello che in altri tempi la conduceva ai boschi di Verrieres e di Romainville, ai balli sui prati o alle cene sotto i pergolati; quello che veniva alla sera a conversare sotto la lampada, in fondo alia bottega, durante le lunghe veglie invernali; quello che divideva con lei il suo pezzo di pane bagnato col sudore della sua fronte e il suo amore povero e sublime; quello stesso, dopo averla abbandonata, la ritrovava in qualche sera d'orgia in fondo ad un lupanare, pallida e disfatta, per sempre perduta, con la fame su le labbra e la prostituzione nel cuore. Ora, verso quell'epoca, due poeti, i due più bei genii del secolo dopo Napoleone, consacravano la loro vita a raccogliere tutti gli elementi di angoscia e di dolore sparsi nell'universo. Goethe, patriarca d'una letteratura nuova, dopo avere dipinto in Werther la passione che conduce al suicidio, aveva tracciato nel suo Faust la più cupa figura umana che abbia mai rappresentato il male e la sventura. Dal fondo del suo gabinetto da lavoro, contornato da statue e da quadri, ricco, felice e tranquillo, egli guardava con un sorriso paterno venire a noi la sua opera di tenebre. Byron gli rispose con un grido di dolore che fece trasalire la Grecia e sospese Manfredi su gli abissi, come se il nulla fosse stato la soluzione dell'orrido enigma in cui egli si avviluppava. Perdonatemi, o grandi poeti che siete oggi un pugno di cenere, e riposate sotto la terra. Perdonatemi: voi siete due semidei ed io non sono che un fanciullo che soffre. Ma, scrivendo tutto ciò, non posso fare a meno di maledirvi. Perché non avete cantato il profumo dei fiori, le voci della natura, la speranza e l'amore, la vigna ed il sole, l'azzurro e la bellezza? Sì, senza dubbio voi conoscevate la vita, e avete senza dubbio sofferto, e il mondo crollava intorno a voi, e voi piangevate sulle sue rovine, e vi disperavate; sì, senza dubbio le vostre amanti vi avevano traditi, e i vostri amici calunniati, e i vostri connazionali misconosciuti; sì, senza dubbio voi avevate il vuoto nel cuore,e la morte d'innanzi agli occhi, ed eravate due colos­si di dolore. Ma ditemi, ditemi voi, nobile Goethe, non vi erano più voci consolatrici nel religioso mormorio delle vostre vecchie foreste di Germania? Voi per cui la bella poesia era la sorella della scienza, non potevate chiedere ad esse di trovare nell'immortale natura un balsamo salutare pel cuore del loro favorito? Voi che eravate un panteista, un antico poeta della Grecia, un amante delle forme sacre, non potevate mettere un po' di miele in quei bei vasi che sapevate far così bene, voi cui bastava sorridere e lasciar le api venire su le vostre labbra? E tu, tu, Byron, non avevi forse presso Ravenna, sotto i tuoi aranceti d'Italia, sotto il tuo bel cielo veneziano, presso il tuo caro Adriatico, non avevi forse tu la tua amata? Io, io che ti parlo e che non sono che un debole fanciullo, ho conosciuto forse mali che tu non hai sofferto, e tuttavia credo nella speranza, e tuttavia benedico Iddio. Quando le idee inglesi e tedesche passarono così su le nostre teste, si ebbe come un disgusto triste e silenzioso, seguito da una terribile convulsione. Formulare, infatti, idee generali vuol dire cambiare il salnitro in polvere e il cervello omerico del grande Goethe aveva succhiato, co­me un alambicco, tutto il succo del frutto proibito. Coloro che allora non lo lessero, credettero non saperne nulla. Povere creature! L'esplosione le trascinò come grani di polvere nell'abisso del dubbio universale. Fu la negazione di tutte le cose del cielo e della terra, fu la fine dell'illusione e della speranza, come se l'umanità, caduta in letargo, fosse stata creduta morta da coloro che le tastavano il polso. Come quel soldato a cui una volta fu chiesto: "A chi credi?" e che per il primo rispose: "A me stesso", così la giovinezza di Francia, udendo questa domanda, rispose per la prima: "A nulla". Da allora si formarono come due campi. Da una parte, gli spiriti esaltati e sofferenti e tutte le anime espansive che hanno bisogno dell'infinito, piegarono il capo piangendo, si avvolsero di sogni morbosi e non si videro più che fragili rosai su un oceano d'amarezze. Dall'altra parte gli uomini di carne rimasero diritti, inflessibili, in mezzo a positivi godimenti e non ebbero altra cura che di contare il denaro che avevano. Non fu che un singhiozzo con uno scoppio di riso: l'uno veniva dall'anima, 1 altro dal corpo. L'anima diceva: "Ahimè! Ahimè! La religione se ne va; le nubi del cielo si scioigono in pioggia; noi non abbiamo più né speranza né attesa, non abbiamo più neppure due piccoli pezzi di legno nero posti in croce, davanti ai quali tendere le mani. L'astro dell'avvenire si leva appena e non puo uscire dall'orizzonte: resta avvolto di nuvole e, come il sole d'inverno, il suo disco appare di quel rosso sanguigno che ha sempre conservato dal novantatre. Non c'è più amore, non c'è più gloria. Sulla terra la notte è profonda e quando sorgerà il giorno noi saremo morti." II corpo diceva: "L'uomo è quaggiù per servirsi dei suoi sensi. Egli possiede un maggiore o minor numero di pezzi di un metallo giallo o bianco, con i quali ha diritto a una maggiore o minore stima. Mangiare, bere e dormire, questo vuol dire vivere. Quanto ai legami che esistono tra gli uomini, l'amicizia consiste nel prestare denaro, ma è ben raro avere un amico che si possa amare fino a tal punto; la parentela serve per le eredità; l'amore è un esercizio fisico; il solo godimento intellettuale è la vanità." Simile alla peste asiatica che esalano i vapori del Gange, la disperazione, la spaventosa disperazione, marciava a grandi passi sulla terra. Già Chateaubriand, principe della poesia, avvolgendo l'orribile idolo nel suo mantello di pellegrino, lo aveva posto su di un altare di marmo, in mezzo ai profumi di incensieri sacri. Già, pieni di una forza oramai inutile, i figli del secolo irrigidivano le loro mani oziose e bevevano nella loro sterile coppa la bevanda avvelenata. E mentre tutto già si disfaceva, gli sciacalli uscirono dalla terra. Una letteratura cadaverica e infetta, che non aveva che la forma, ma una forma abietta, cominciò a cospargere di un sangue fetido tutti i mostri della natura. Chi oserà mai raccontare ciò che avveniva allora nei collegi? Gli uomini dubitavano di tutto: i giovani negarono tutto. I poeti cantavano la disperazione: i giovani uscirono dalle scuole con la fronte serena, il volto roseo e fresco e la bestemmia su le labbra. D'altra parte, continuando tuttavia a predominare il carattere francese gaio e aperto per sua natura, i cervelli si riempirono facilmente delle idee inglesi e tedesche, ma i cuori, troppo leggeri per lottare e per soffrire, appassirono come fiori spezzati. Così il principio di morte discese freddamente e senza scosse dalla testa alle viscere. Invece di aver l'entusiasmo del male, non avemmo che l'abnegazione del bene; invece della disperazione, l'insensibilità. Fanciulli di quindici anni seduti noncuranti sotto arboscelli in fiore scambiavano per passatempo parole che avrebbero fatto fremere d'orrore i boschetti immobili di Versailles. La comunione di Cristo, l'ostia, questo eterno simbolo dell'amore celeste, serviva a sigillare le lettere. I fanciulli sputavano il pane di Dio. Felici coloro che sfuggirono a quei tempi! Felici coloro che passarono su gli abissi fissando il cielo! Ve ne furono certamente, ed essi ci compatiranno. E' disgraziatamente vero che vi è nella bestemmia una grande disperazione di forza che dà sollievo al cuore troppo pieno. Quando un ateo, tirando fuori il suo orologio, dava un quarto d'ora di tempo a Dio per fulminarlo, egli si procurava certamente un quarto d'ora di collera e di godimento atroce. Era il parossismo della disperazione, un appello senza nome a tutte le potenze celesti; era una povera e miserabile creatura che si torceva sotto il piede che la schiacciava; era un gran grido di dolore. E -chissa?- agli occhi di Colui che tutto vede era, forse, una preghiera. Così i giovani trovavano un impiego della loro forza inattiva nell'amore della disperazione. Ridersi della gloria, della religione, dell'amore del mondo intero, è una grande consolazione per coloro che non sanno che cosa fare; essi si ridono in tal modo di se stessi e si danno ragione pur facendosi la lezione. Eppoi, è cosi dolce credersi infelici quando non si è che vuoti e annoiati! Gli stravizii, inoltre, conclusione prima dei principii di morte, sono una terribile macina quando si tratta di snervarsi. In tal modo i ricchi si dicevano: "Non c'è di vero che la ricchezza; tutto il resto è sogno; godiamo e moriamo". Coloro che possedevano una fortuna mediocre dicevano: "Non c'è di vero che l'oblio; tutto il resto è sogno; dimentichiamo e moriamo". E i poveri dicevano: "Non c'è di vero che la sventura; tutto il resto è sogno; bestemmiamo e moriamo". II quadro è troppo nero ed esagerato? Pensate forse che io sono un miserabile? Ebbene, che mi si permetta una riflessione. Nel leggere la storia della caduta dell'Impero Romano, è impossibile di non accorgersi del male che i Cristiani così ammirevoli nel deserto, fecero allo Stato appena ebbero il potere. "Quando penso" dice Montesquieu "all'ignoranza profonda in cui il clero greco immerse i laici, non posso evitare di paragonarli a quegli Sciti di cui parla Erodoto, che crepavano gli occhi ai loro schiavi affinché nulla potesse distrarli e impedir loro di battere il loro latte. Nessun affare di Stato, nessuna pace, nessuna guerra, nessuna tregua, nessun matrimonio fu più trattato se non per opera dei monaci. Non si può credere qual male risultò da tale stato di cose." Montesquieu avrebbe potuto aggiungere: il Cristianesimo perdette gli Imperatori, ma salvò i popoli. Esso aprì ai barbari i palazzi di Costantinopoli, ma aprì le porte delle capanne agli angeli consolatori di Cristo. Si trattava proprio dei grandi della terra! Eran proprio interessanti gli ultimi rantoli di un Impero corrotto fino alla midolla delle ossa o il cupo galvanismo per mezzo del quale si agitava ancora lo scheletro della tirannia sulla tomba d'Eliogabalo e di Caracalla. Bella cosa, in verità, da conservare, la mummia di Roma imbalsamata coi profumi di Nerone e avvolta nel sudario di Tiberio! Si trattava, invece, signori politicanti, di andare a trovare i poveri e dir loro la parola di pace; si trattava di lasciare i vermi e le talpe rodere i monumenti di vergogna, ma di trarre dai fianchi della mummia una vergine bella quanto la madre del Redentore: la speranza, amica degli oppressi. Ecco che cosa fece il Cristianesimo. Ed ora, dopo tanti anni, che cosa hanno fatto coloro che lo hanno distrutto? Essi hanno visto che il povero si lasciava opprimere dal ricco e il debole dal forte, perché si dicevano: "II ricco e il forte mi opprimeranno sulla terra; ma, quando vorranno entrare in Paradiso, io sarò sulla soglia e li accuserò innanzi al tribunale di Dio". E così, ahimé, essi pazientavano. Allora gli antagonisti di Cristo hanno detto al povero: "Tu pazienti fino al giorno della giustizia: e non c'è giustizia; tu attendi la vita eterna per reclamare la tua ven­detta: e non c'è vita eterna; tu ammassi le tue lacrime e quelle della tua famiglia, i gridi dei tuoi figli e i singhiozzi di tua moglie per portarli ai piedi di Dio all'ora della tua morte: e Dio non c'è". II povero ha allora asciugato le sue lacrime, ha detto a sua moglie di tacere e ai suoi figli di andare con lui, e si è drizzato su la gleba con la forza di un toro. Egli ha detto al ricco: "Tu che mi opprimi, tu non sei che un uomo"; e ha detto al prete: "Tu che mi hai consolato, tu hai mentito". Era proprio quel che volevano gli antagonisti di Cristo, e forse essi credevano di fare in tal modo la felicità degli uomini, inviando il povero alla conquista della libertà. Ma se il povero, dopo aver ben compreso che i preti lo ingannano, che i ricchi lo derubano, che tutti gli uomini hanno gli stessi diritti, che tutti i beni vengono da questa terra, che la sua miseria è empia; se il povero, dopo aver perso ogni fede, se non in se stesso e nelle sue due braccia, si è detto un bel giorno: "Guerra al ricco! Anche a me la gioia quaggiù, poiché non ve n'è altra! A me la terra, poiché il cielo è vuoto! A me e a tutti, poiché tutti siamo uguali!"; se il povero, dopo che lo avrete condotto a questo punto, sarà vinto, che cosa gli direte, o sublimi ragionatori? Voi siete senza dubbio filantropi, senza dubbio avrete ragione nell'avvenire e verrà il giorno in cui sarete benedetti: ma, in verità, benedirvi non possiamo ancora. Quando, prima, l'oppressore diceva: "A me la terra!" l'oppresso rispondeva: "E a me il cielo!". Che cosa risponderà oggi? Tutto il male del secolo presente viene da due cause: 11 popolo che è passato per il '93 e per il 1814 porta nel cuore due ferite. Tutto ciò che era non è più; tutto ciò che sarà non è ancora. Non cercate altrove il segreto dei nostri mali. Supponete un uomo la cui casa cadeva in rovina: egli l'ha demolita per costruirne un'altra. Le macerie giacciono sul suo terreno ed egli attende pietre nuove per il suo nuovo edificio. E al momento in cui è pronto, maniche rimboccate e piccone in mano, a tagliare i suoi massi e a fare il suo cemento, gli si viene a dire che le pietre mancano e gli si consiglia di dare una mano di bianco a quelle vecchie per trarne partito. Che cosa può fare quell'uomo, se non vuole accontentarsi di rovine per fare un nido alia sua covata? La cava è profonda, gli strumenti troppo deboli per trarne fuori le pietre. "Aspettate", gli si dice "le si tireranno fuori a poco a poco; sperate, lavorate, avanzate, indietreggiate." Che cosa mai non gli si dice? E, durante tutto quel tempo, quell'uomo, senza aver più la vecchia casa e senza avere ancora la sua casa nuova, non sa più come proteggersi dalla pioggia o come preparare la sua cena della sera; non sa più dove lavorare, dove riposare, dove vivere, dove morire. E i suoi figliuoli sono appena nati. O m'inganno stranamente, o noi molto somigliamo a quell'uomo. O popoli dei secoli futuri! Quando, in una calda giornata d'estate, sarete curvi sui vostri aratri nelle verdi campagne della Patria; quando vedrete, sotto un cielo , puro e senza macchia, la terra, vostra feconda madre, sorridere nella sua veste mattutina al lavoratore, suo prediletto figliuolo; quando, asciugando sulle vostre fronti tranquille il santo battesimo del sudore, voi girerete i vostri sguardi sul vostro immenso orizzonte, in cui non più, nell'umana messe, potra scorgersi spiga più alta di un'altra, ma solo si vedranno fiordalisi e margherite in mezzo al giallo dei grani; quando, allora, o uomini liberi, ringrazierete Iddio di essere nati per questo raccolto, pensate a noi che non vi saremo più, ditevi che abbiamo pagato ben caro il riposo di cui voi godrete e compiangeteci più di tutti i vostri padri, poiché noi abbiamo ancora quasi tutti i mali che li rendevano degni di compatimento, e abbiamo invece perduto cio che li consolava.